IL GIORNALE DEL VINO

La storia nel bicchiere, Mastroberardino.

Posted in Aziende da conoscere, Degustando, Dossier terroir by L'Arcante on febbraio 19, 2009

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“Tutti dicono che Mastroberardino sia la storia in Irpinia, va bene, ci fa piacere, ma noi questa storia ce la vogliamo continuare a conquistare; Mi piace pensare alla nostra azienda come il marchio Levi’s, non ti poni mai il problema se è di moda o meno, sai che ti calza bene e quindi ne hai sempre almeno uno nel tuo guardaroba che quando non sai cosa mettere, vai lì, lo tiri fuori e sai di aver risolto. Ecco, noi siamo così, siamo qui da centotrenta anni, fuori dalle mode, dentro le vostre cantine, e puntiamo ad essere sempre più costantemente all’altezza della vostra situazione…”. (Dario Pennino, a.d. di  Mastroberardino S.p.a.).

taurasiradiciris1Taurasi Riserva Radici 1997 Rimane una mia convinzione, non lo so, ma l’annata ’97 per il Riserva Radici segna un confine superato il quale questo Taurasi ha virato verso una godibilità del frutto più immediata e di “moderna” concezione, che seppur maggiormente appagante per profumi e gusto di un avventore in cerca di immediatezza ha lasciato indietro quei ricordi sublimi di un aglianico forzatamente austero e ruvido, certamente più antico ma sempre all’altezza di piatti rustici, sinceri come la tradizione enogastronomica campana, quella Irpina in testa, propone con naturalezza e semplicità disarmanti. Di colore aranciato, mediamente consistente e trasparente si pone con una naso mediamente intenso su note terziarie di tostato, chiodi di garofano. In bocca è secco, caldo di buon corpo con una beva scorrevole e legata ad una spiccata freschezza ancora tangibile. Pronto da bere, su cacciagione arrosto, penso per esempio al cinghiale con papaccelle.

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Taurasi Riserva Centotrenta 1999 Non avevo ancora avuto modo di berlo, presentato lo scorso anno per consacrare alla storia i 130 anni del marchio Mastroberardino, tra i primi ad essere esportato in tutto il mondo, in sud America in particolar modo sin dalla seconda metà dell’800 come testimonia l’iscrizione alla camera di commercio di Roma (sede della società di spedizione) datata 1878. Il vino è di un bel colore rubino con sfumature granata, consistente ed abbastanza trasparente. Il primo naso è vivace su note aromatiche intense ed abbastanza persistenti di fiori secchi, spezie fini, poi ceralacca, smalto. In bocca è asciutto, austero con un frutto davvero invitante, intenso e persistente e con una spiccata profondità. Un Taurasi tra il vecchio ed il nuovo, perfetto su di un cosciotto d’agnello glassato, ma capace di tenere testa anche a formaggi stagionati e di carattere.

 

taurasi-radici-riservaTaurasi Riserva Radici 2003 Presentatoci come anteprima dato che non è ancora commercializzato, questo vino nasce dai vigneti che l’azienda conduce in quel di Montemarano, area tra le più vocate per la denominazione di origine controllata e garantita Taurasi e sempre di difficile intepretazione; Si pensi che qui capita non di rado che la vendemmia venga protratta sino a metà novembre, spesso con le prime nevicate in continuo agguato. Il colore è molto affascinante, rosso rubino, piccole sfumature granata di buona vivacità, consistente. Il primo naso è molto invitante, prugna e marasca mature, poi note tostate ed intense avvolte in una aromaticità molto gradevole di polvere di cacao e caffè. In bocca è secco, caldo, la morbidezza è ancora un miraggio lontano, anima sincera di un aglianico che speriamo ci possa accompagnare per molti anni a venire, un vino di carattere da accostare a piatti ricchi, una bella tagliata di “marchigiana” appena scottata ed in stagione accompagnata con una manciata di porcini appena rosolati.

 

d08d_21Taurasi Historia Naturalis 2004 Storia tribolata quella del Historia Naturalis, vino nato alcuni anni orsono per dare spunto ad uno studio di ricerca accurato sul matrimonio aglianico-piedirosso sempre molto a cuore a Piero ed all’azienda tutta ma che in realtà non ha mai sortito gli effetti sperati se non quello di valorizzare un nome molto evocatico oggi tutto a vantaggio di un nuovo Taurasi prodotto esclusivamente dalle uve di vecchie vigne quarantennali in Mirabella Eclano, Cru di particolare elezione per l’aglianico di Taurasi di recente acquisizione dove sorge il Radici Resort, la nuova struttura votata all’ospitalità di casa Mastroberardino. Il colore di questo vino è assai affascinante, rubino con riflessi violacei, di bella vivacità. Il primo naso è un effluvio di sentori fruttati nitidi e freschi di piccoli frutti rossi, mirtillo e mora su tutti accompagnati da una gradevolissima sensazione tostata. Il gusto è secco, caldo, con una piacevole tannicità che sorregge una beva caratterizzata dal ritorno di sensazioni classiche dell’aglianico come un finale di bocca balsamico e speziato. Un rosso di carattere, che piace e piacerà a chi si avvicina all’aglianico di Taurasi per la prima volta e a chi ricerca in questo nobile vino una maggiore concentrazione di frutto. Su cosciotto d’agnello agli aromi con patate al forno.

 

taurasi-radici-riservaTaurasi Radici 1968 Piero Mastroberardino e Dario Pennino decidono di sorprenderci regalandoci questa emozione unica e poco replicabile a chiusura di questo bellissimo percorso di degustazione. Si aprono alcune bottiglie di Taurasi Radici 1968, all’epoca ancora doc e l’unico dei vini del sud a poter essere ammesso ai confronti con i già blasonati Barolo e Brunello di Montalcino. Nasce proprio da qui l’intuizione di conservarne qualcuna di queste bottiglie in un millesimo molto apprezzato da alcuni vignaioli langaroli di fama amici di Antonio Mastroberardino che lo invitarono a stipare qualche cassa di questo vino nelle proprie cantine, e così fu. Settecentoventi lire, questo il prezzo all’epoca necessario per poter godere di questo nettare, a vederlo oggi in questo bicchiere, sotto il mio naso, penso a quanti negli ultimi anni fanno il prezzo dei loro vini pensando esclusivamente a quanto li vende il proprio vicino o alla necessità di rientrare del proprio investimento nel più breve termine possibile fregandosene di “fare cantina”. Pazzi, incoscienti del valore della condivisione e del fascino del tempo, innamorati solo del proprio portafogli o al massimo della propria silouette riflessa allo specchio. Ma veniamo al dunque, le bottiglie vengono stappate almeno un’ora prima del servizio, attentamente gestite dallo staff e versate senza residuo alcuno nei calici di ognuno. Il colore è bellissimo, rosso granata con nuances arancio sull’unghia del bicchiere, cristallino e limpido. Il primo naso è sorprendente, ci si aspettano sensazione vetuste e poco eleganti ed invece è una esaltazione stilistica di eleganza e finezza: pout-pourri di fiori e frutta secca, corteccia, carrube linearmente accompagnati da note balsamiche fini ed abbastanza persistenti. In bocca è secco, abbastanza caldo, assolutamente preservato da una freschezza sorprendente e tangibile ancora oggi, un vino magistrale, minerale, decisamente una esperienza degustativa che rimarrà ben impressa nella mia memoria: ho finalmente un parametro di longevità tangibile dell’aglianico che mira alla finezza ed all’eleganza come solo pochi grandi Pinot Noir borgognoni possono esprimere; E’ vero, è dura aspettare 40 anni e più, ma qualcosa dovrà pur rimanere alle generazioni future oltre che le nostre scorie e le nostre sciagurate scelte politiche!

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5 Risposte

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  1. Stefano Ghisletta said, on febbraio 20, 2009 at 7:47 am

    Angelo come si chiama il vino frutto dal progetto di recuperare un antico vigneto a Pompei?

    Un paio di anni fa ho portato ad un corso un Radici Riserva ’85 (non sono sicurissimo sul millesimo) era a scopo didattico ma mi ha sorpreso non pensavo che si rilevasse con tale personalità.

  2. Stefano Ghisletta said, on febbraio 20, 2009 at 7:49 am

    Ho sempre pensato fosse un’azienda di grandi dimensioni e, come i Feudi di San Gregorio, poco rappresentativa come vini del territorio, è sbagliata questa mia visione?

  3. Angelo Di Costanzo said, on febbraio 20, 2009 at 9:18 am

    Cia Stefano, la questione è complessa è vero ma in realtà se ci riflettiamo la risposta sta tutta nella frase che apre questo articolo.
    L’azienda è senz’altro grande, gli ettari vitati di proprietà sono arrivati a circa 200, ma se questo non è un pregio allora ditemi cosa sia.
    In più, se si pensa che è l’unica azienda Irpina, zona di maggiore risonanza per il vino campano ma che ha appena 20 anni “tangibili” alle spalle, a conservare una memoria storica dei vini sino ad annate che arrivano al 1928, è tuto un dire. I vini poi negli ultimi cinque anni hanno avuto una ottima evoluzione, per non parlare dela rapporto prezzo qualità del suo Taurasi Radici, ma anche del fiano Radici e del greco Novaserra. E’ dificle pensare alla Campania ed ai suoi vini senza per forza pasare dalla famiglia Mastroberardino.

    Il progetto di Pompei aveva come protagonisti l’aglianico ed il piedirosso nel vino Villa dei Misteri, che naturalmente ha sempre goduto di un valore più che intrinseco di reale marketing per l’areale dello scavo archeologico più grande al mondo…

  4. Stefano Ghisletta said, on febbraio 20, 2009 at 9:50 am

    Mentre concordi per la Feudi … (i vini di Cottarella) ?

  5. Angelo Di Costanzo said, on febbraio 20, 2009 at 9:58 am

    Feudi ha una storia molto controversa, troppo giovane e cresciuta troppo esponenzialmente in un tempo troppo breve. A vedere la loro cantina a Sorbo Serpico sembra di vedere una astronave caduta dal cielo proveniente da chissà quale galassia.
    Un merito però ce l’ha, aziende eccellenti come Benito Ferrara (Greco di Tufo), Di Prisco (Greco), Colli di Làpio – Romano Clelia (Fiano di Avellino), Guido Marsella (Fiano), Villa Diamante (Fiano), e tante tantissime altre oggi non avrebbe avuto la giusta visibilità se Feudi non avesse fatto da traino, forse ancor di più di Mastroberardino (che a metà anni novanta era data quasi per latitante) e conquistato i mercati di tutto il mondo…


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